Olimpiadi, decadenza etica globalizzata

martedì, 12 agosto 2008


I tempi cambiano, a volte in peggio.
Una volta gli atleti erano capaci di gesti eclatanti. Erano capaci di usare la propria popolarità per denunciare le ingiustizie dei governi. Erano capaci di schierarsi dalla parte degli oppressi. Erano capaci di gridare al mondo il loro dissenso riguardo questioni di violazione dei diritti umani. Oggi, invece, gli atleti azzurri, al posto di condannare pubblicamente la Cina... addirittura la invidiano. E per quale motivo? Per il vil denaro!
«Francesco D'Aniello, argento nel tiro a volo, e Giulia Quintavalle, oro nel judo, hanno lanciato un messaggio al governo: dimezzare le tasse sui premi delle medaglie olimpiche. "Detassare i premi, così come fanno qui in Cina", ha detto parlando dei suoi 75mila euro. "Abbiamo portato in alto l'Italia, siamo stati meritevoli: avere un premio dimezzato dalle tasse è un dispiacere. Loro non sanno i nostri sacrifici", ha detto la Quintavalle».
Massì, invidiamo la Cina!
Che differenza di stile.
Quanto siamo caduti in basso. Qualche amico blogger mi ha detto che sono troppo pessimista nel credere che oggi viviamo una condizione di decadenza etica globalizzata. Eppure se guardiamo le foto a sinistra dobbiamo per forza di cose registrare una mancanza di idealismo e di interesse per la collettività  negli atleti contemporanei che animava, invece, gli atleti del passato, veri ambasciatori di pace e di giustizia.



Nel 1968 a Città del Messico i due velocisti neri Tommie Smith e John Carlos con pugni chiusi e mano guantata di nero, che era il simbolo della lotta delle Black Panters, salutarono così sul podio dei vincitori per ricordare i morti negli scontri dei primi di ottobre nella stessa città.
Furono i giochi più politicizzati della storia.
La foto dei due atleti sul podio ha fatto il giro del mondo ed è ormai nei libri di storia.
Forse è poco, ma molti sanno dei morti e degli scontri proprio grazie al loro semplicissimo gesto.

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